Ci sono episodi che, a distanza di trent’anni, tornano alla mente con una chiarezza sorprendente. Non tanto per il voto ricevuto o per il risultato ottenuto, quanto perché, col senno di poi, sembrano aver anticipato dinamiche che oggi viviamo quotidianamente.
Era il 1995 e frequentavo il liceo. Durante le vacanze la professoressa di storia dell’arte ci assegnò una ricerca, e io decisi di dedicarla a Sant’Agostino a Bergamo. Come spesso accadeva, mi rifugiai nel mio posto preferito: la biblioteca. Era il luogo dove riuscivo a concentrarmi, a perdermi tra gli scaffali e a lasciarmi ispirare. Tra i libri che consultavo ce n’era uno che mi colpì non tanto per il contenuto, quanto per la sua impaginazione: moderna, essenziale, diversa da tutto ciò che avevo visto fino a quel momento. Mi si accese una scintilla.
All’epoca il computer era ancora una rarità. Nel mio istituto c’era un solo 486 considerato potentissimo, custodito nell’aula di grafica. Un computer per una sola classe, in una scuola di circa ottocento studenti. Oggi sembra preistoria, ma allora era quasi un oggetto mitologico. Decisi di rischiare. Ma la mia non era la ricerca di una scorciatoia: era, al contrario, il desiderio di mettere in pratica quello che stavo imparando nelle lezioni di grafica e di confrontarmi con uno strumento che da sempre mi affascinava, mi appassionava e che ovviamente intuivo avrebbe avuto un ruolo importante nel futuro.
Tornato a casa, accesi il mio computer, aprii il buon vecchio Microsoft Publisher (chi di voi lo ricorda?!) e iniziai a costruire la mia ricerca in modo completamente diverso da come si faceva normalmente. Non esistevano Canva, template già pronti o librerie infinite di elementi grafici. C’erano soltanto un’idea, un po’ di ispirazione raccolta tra gli scaffali della biblioteca e tanta voglia di sperimentare.
Per me il computer non era il protagonista del lavoro: era semplicemente un nuovo strumento. Al posto della penna c’era una tastiera, al posto del foglio un monitor, al posto della macchina da scrivere – privilegio di pochi, all’epoca – c’era un software di impaginazione. La ricerca continuava a richiedere studio, idee, tempo e cura dei dettagli; cambiava soltanto il mezzo con cui darle forma. Giocai con spaziature, allineamenti, font, icone e composizioni, rubando con gli occhi gli stili delle riviste che riuscivo a trovare e cercando di tradurli in qualcosa di personale. Ricordo ancora la soddisfazione quando stampai il lavoro: non perché fosse perfetto, ma perché era veramente mio. Col senno di poi, mi rendo conto che stavo semplicemente anticipando quello che sarebbe diventato la normalità. Oggi nessuno si stupisce se un documento viene scritto al computer anziché a mano, o se un’impaginazione viene realizzata con strumenti digitali. All’epoca, però, sembrava quasi un’eresia.
Qualche giorno dopo, al rientro a scuola, la professoressa restituì le ricerche. Sul mio foglio campeggiava un “9”. Per chi ha vissuto quegli anni sa bene che era un voto quasi eccezionale: la media oscillava tra il “3” e “8”, mentre il “9” e il “10” figuriamoci…appartenevano a un’altra dimensione. Ma non è quel “9” il motivo per cui ricordo ancora quell’episodio. Ricordo soprattutto lo scandalo.
«L’ha fatta col computer!»
Lo dissero in molti, quasi fosse una forma di scorrettezza. Ai loro occhi stavo barando. Come se bastasse premere un pulsante per produrre automaticamente una ricerca. Come se un computer potesse sostituire il tempo passato in biblioteca, l’ispirazione, le scelte progettuali, la creatività e il lavoro dietro ogni pagina. A pensarci bene, trent’anni dopo è cambiato quasi tutto. Ma, allo stesso tempo, non è cambiato quasi niente.
Oggi il protagonista non è più un 486 con Microsoft Publisher. Oggi si chiama intelligenza artificiale.
Quando realizzo un progetto, quando scrivo codice, correggo testi o sviluppo nuove idee con il supporto dell’intelligenza artificiale, sento ripetere la stessa frase di allora:
«Ah, ma l’hai fatto con l’intelligenza artificiale.»
Sì, certo che la uso. Mi aiuta, accelera alcuni processi, suggerisce soluzioni, individua errori, mi permette di esplorare possibilità che richiederebbero molto più tempo e apre prospettive nuove. Ma non decide gli obiettivi, non sceglie la direzione, non costruisce una visione e soprattutto non sostituisce il pensiero di chi guida il progetto.
La base rimane esattamente la stessa di allora: c’è una persona che studia, immagina, sceglie, corregge, cambia idea, si assume la responsabilità del risultato finale. Lo strumento è cambiato. Il pregiudizio, invece, sembra essere rimasto identico. Continuiamo a guardare il mezzo invece dell’idea, la tastiera invece delle mani che la usano, il software invece della persona che gli dà uno scopo. Nel frattempo siamo sommersi da prodotti che promettono intelligenza artificiale ovunque. Ogni pubblicità la cita, ogni servizio la esibisce come marchio di modernità. Sembra che senza quella sigla nulla possa più essere interessante: la troviamo negli smartphone, negli assistenti vocali, negli elettrodomestici e persino negli oggetti più impensabili.
La vogliono tutti. Se non c’è, sembra quasi che il prodotto sia incompleto. Eppure, appena scopriamo che qualcuno la utilizza davvero per lavorare, creare o progettare, riaffiora la diffidenza. La celebriamo come slogan di marketing e, nello stesso momento, la guardiamo con sospetto quando diventa uno strumento concreto nelle mani delle persone.
Il paradosso è che, probabilmente, la utilizziamo tutti molto più di quanto immaginiamo. Ogni motore di ricerca, ogni navigatore, ogni traduzione automatica, ogni filtro antispam, ogni piattaforma di streaming che ci suggerisce un contenuto, ogni smartphone che migliora una fotografia o completa una frase mentre scriviamo: l’intelligenza artificiale è già entrata silenziosamente nella nostra quotidianità. L’intelligenza artificiale non racconta nulla di chi siamo. Racconta soltanto gli strumenti che scegliamo di utilizzare. La differenza continua a farla la curiosità, l’esperienza, la capacità di osservare, di mettere insieme idee diverse e di trasformarle in qualcosa di utile o di bello. Esattamente come quel pomeriggio in biblioteca del 1995.
Ripensandoci oggi, mi viene quasi da sorridere. Allora sembrava scandaloso consegnare una ricerca impaginata al computer. Oggi sembra scandaloso utilizzare l’intelligenza artificiale. Domani, probabilmente, entrambe le cose appariranno perfettamente normali e ci chiederemo come sia stato possibile discuterne così tanto. Forse il progresso non consiste nell’avere strumenti sempre più sofisticati. Forse consiste nell’imparare, ogni volta, a guardarli per quello che sono: strumenti, appunto. La vera differenza continua a farla la persona che li impugna, la sua cultura, la sua sensibilità, la sua etica e la sua capacità di trasformare un’idea in realtà.
Credo che il valore non sia mai stato nella penna, nella macchina da scrivere, nel computer o nell’intelligenza artificiale. Il valore è sempre stato, e continuerà a essere, nelle mani e nella mente di chi li usa e forse il vero rischio non è affidarsi troppo alla tecnologia, ma continuare a guardare il dito senza riuscire ad alzare lo sguardo verso la luna.
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