8 Nov 2025
C’è un suono che appartiene a un’altra epoca, ed è quello del nastro che gira dentro una videocassetta Mini-DV. Un fruscio regolare, quasi ipnotico, che oggi sembra un reperto d’archeologia audiovisiva.
Negli ultimi giorni mi è capitato di rimettere mano a queste piccole cassette per digitalizzare vecchi filmati di un cliente. E mi sono trovato di fronte a una verità semplice ma innegabile: il tempo, sui nastri, si vede e si sente.
L’umidità, la polvere, le registrazioni sovrapposte, i drop di segnale: ogni difetto è una ruga del tempo impressa sulla memoria magnetica. Alcune cassette si rifiutano di partire, altre si bloccano a metà come a dire “lasciami riposare, ho già dato”.
Eppure, quando il video finalmente parte e l’immagine appare, anche se tremolante e impastata, succede qualcosa. Il passato torna a vivere. Ci sono persone che non ci sono più, luoghi che non esistono più, sorrisi che sembrano voler uscire dallo schermo.
E capisci che non è solo un lavoro tecnico, ma quasi un atto di cura.
In un’epoca in cui i ricordi si salvano in cloud e si cancellano con un click, quelle cassette ci ricordano che la memoria fisica ha un suo valore, fragile ma autentico. È come se il tempo stesso fosse inciso nel nastro, e ogni piccola imperfezione raccontasse la sua storia.
Curiosamente, ho notato che i nastri Video8, pur essendo più vecchi, resistono meglio dei Mini-DV. Forse perché erano analogici, meno “precisi” ma più indulgenti. Un po’ come le persone: chi non pretende la perfezione, alla fine, dura di più.Alla fine di ogni acquisizione, quando sul monitor compare il file finalmente salvato, penso sempre la stessa cosa: non stiamo solo recuperando un video, stiamo traducendo il passato nel linguaggio del presente.
E chissà, magari un giorno qualcun altro farà lo stesso con i nostri dischi rigidi, cercando di capire com’era “il tempo dei file”.
Per ora, mi accontento di questo piccolo viaggio tra i nastri. Un promemoria magnetico che il tempo non si può fermare — ma si può, ogni tanto, riavvolgere.
29 Gen 2025
Qualche giorno fa mi è capitato qualcosa di decisamente inquietante. Stavo parlando al telefono con un amico di un prodotto – niente ricerche su Google, niente messaggi, niente social. Solo una chiacchierata tra due persone, come si è sempre fatto. Due giorni dopo, senza che io abbia mai cercato nulla a riguardo, mi ritrovo pubblicità proprio di quel prodotto su Facebook e Instagram.
Ora, fosse la prima volta, potrei anche pensare a una coincidenza. Ma succede sempre più spesso, e a questo punto il dubbio diventa inevitabile: ci stanno ascoltando?
Le grandi aziende tecnologiche negano tutto. Dicono che non serva ascoltare, perché gli algoritmi di tracciamento sono già abbastanza avanzati da prevedere i nostri interessi basandosi sulle ricerche fatte, sui siti visitati e sulle interazioni con gli amici. Ma qui il punto è un altro: quando un prodotto che non ho mai digitato, mai cercato, mai sfiorato in alcun modo compare davanti ai miei occhi dopo una semplice conversazione a voce, qualcosa non torna.

Nessuna prova ufficiale, ma tanti sospetti
Se si cerca una conferma definitiva, non la si trova. Non esiste un’indagine che dimostri con certezza che smartphone e app ascoltano le nostre conversazioni per scopi pubblicitari. Eppure, nel tempo, qualche elemento sospetto è emerso:
Facebook è stata più volte accusata di farlo. Mark Zuckerberg ha sempre negato, ma il sospetto non si è mai spento.
Google e Amazon hanno ammesso che i loro assistenti vocali registrano conversazioni private. Ufficialmente, non per pubblicità, ma per “migliorare il servizio”. Certo.
Alcune app sono state beccate ad accedere al microfono senza autorizzazione esplicita. Chi ci dice che altre non lo facciano ancora?
Il punto è semplice: nessuno può dimostrare che ci ascoltino, ma nessuno può nemmeno dimostrare con assoluta certezza il contrario. E le coincidenze iniziano a essere troppe per archiviarle come semplici casualità.
Come potrebbe funzionare?
Se volessero ascoltarci, non lo farebbero registrando ogni parola – sarebbe assurdo per quantità di dati e impatto sulla batteria. Ma potrebbero attivare il microfono per pochi millisecondi, intercettare parole chiave e associarle al nostro profilo pubblicitario. Oppure, potrebbero sfruttare il tracciamento incrociato: magari non è il mio telefono a spiare, ma quello del mio interlocutore, che subito dopo la telefonata fa una ricerca su Google, dando così il segnale agli algoritmi.
La verità è che non sapremo mai fino in fondo come funziona davvero. Le aziende che gestiscono questi sistemi hanno accesso a una quantità di dati immensa e a tecnologie di tracciamento sempre più sofisticate. L’unica certezza è che più sanno di noi, più ci profilano, più guadagnano.
Possiamo evitarlo?
Disattivare il microfono di alcune app, ridurre il tracciamento pubblicitario, spegnere gli assistenti vocali: qualche contromisura esiste, ma nella realtà dei fatti, evitare del tutto questo meccanismo è impossibile. A meno di non spegnere il telefono e tornare a vivere come negli anni ’90.
La questione è seria, perché se davvero ci stanno ascoltando, non stiamo parlando solo di pubblicità invadente. Stiamo parlando di una violazione della privacy enorme, normalizzata e accettata solo perché nessuno riesce a dimostrarla fino in fondo.
Per ora, le aziende negano e le prove schiaccianti non ci sono. Ma ogni volta che succede, ogni volta che compare quell’annuncio che non dovrebbe esserci, la sensazione che qualcosa non quadri si fa sempre più forte.
Ecco cosa ho trovato in rete
Se qualcuno ha avuto esperienze simili, sarebbe interessante confrontarsi. Coincidenze o qualcosa di più?